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Catanzaro (Catanzaru in dialetto locale /ˌkatan'ʦaru/, Κατανγτζαριον, Katantza'rion in Greco), è un comune italiano di 92.847 abitanti, capoluogo dell'omonima provincia e della regione Calabria.È il secondo comune della regione per popolazione ed è il centro di una vasta area urbana che conta circa 150.000 abitanti.Il sito su cui sorge Catanzaro, al centro del Golfo di Squillace, è ricco di testimonianze paleolitiche e neolitiche. Poco hanno lasciato i Romani, ai quali si deve soprattutto la costruzione di strade tra cui l’importantissima Capua - Reggio del 132 a.C. Il primo nome di spicco inerente alla storia catanzarese è quello di Flavio Aurelio Cassiodoro, nato a Squillace nel 490, collaboratore dell’imperatore Teodorico, il quale fondò sul monte Coscia un centro di studi e di ricerche. Catanzaro, già nel nome, mostra le sue origini bizantine (la sua fondazione risale al IX-X secolo), esso deriva dal bizantino KATANTZA’RION, cioè città posta sotto un rilievo terrazzato.
Antichi storici catanzaresi, raccontano che la città fu fondata nell’804 da due condottieri bizantini, Cattaro e Zaro, da cui derivò il nome Cattarozaro, in seguito Catanzaro. E’ però probabile che questa leggenda sia sorta per conferire maggiore veridicità alla storia o che sia stata tratta da qualche tradizione orale del tempo, o sia sorta per la necessità di avere degli eroi eponimi. Catanzaro dominava i traffici lungo un’antichissima e frequentatissima strada istmica tra Jonio e Tirreno. Il sito originario di Catanzaro fu il colle Pazzano o Greca, dove si rifugiarono le popolazioni rivierasche in fuga dalla malaria e dalle invasioni saracene. Nel 1059 il normanno Roberto Il Guiscardo conquista la città, che tutta conserverà a lungo nei secoli il carattere bizantino. Ai Bizantini si deve l’introduzione dell’arte della seta da cui Catanzaro trarrà fama e ricchezza. Lo sviluppo dell’arte serica catanzarese è stata favorita anche dai Normanni, con i "Capitoli" del 1473, Carlo V che nel 1519 conferì alla città gli "Statuti dell’Arte della Seta". Sarà lo stesso Carlo V ad assegnare alla città lo stemma onorifico rappresentante un’aquila coronata che sovrasta i tre colli della città di Catanzaro e recante la scritta "sanguinis effusione" che ricorda la valorosa impresa dei catanzaresi che difesero eroicamente la città dall’assedio. Nel 1532, dopo lunghe controversie con Taverna divenne, per volere dello stesso Carlo V, sede Vescovile. I vecchi quartieri artigiani Cocole, Filanda, Fondachello, Grecìa, Paesello e Zingarello, sorti in età medievale, sono un dedalo di viuzze strette e circolari che conservano i tratti dell’antica cittadella bizantina. Al feudalesimo normanno seguono gli Aragonesi che frazionano il potere di uno Stato che stava appena nascendo sotto Federico II di Svevia. Lasciata in mano ad una serie di avidi baroni e baronetti, Catanzaro comincia il suo lento declino ed il suo isolamento dal resto dell’Italia. Solo col Rinascimento la città uscirà dal suo lungo letargo. La seconda metà dell’Ottocento vede un cambiamento profondo nell’edilizia cittadina: viuzze e casupole fanno posto al lungo corso, l’attuale Corso Mazzini, tutt’oggi arteria principale della città, ai bordi del Corso nascono una serie di caffè, di centri culturali e d’imponenti palazzi, opera non solo di maestri locali ma anche di artisti forestieri, tra i quali il fiorentino Federico Andreotti ed il figlio Enrico. A questi si deve la progettazione e decorazione del Palazzo Fazzari (1876), il Belvedere (Via F. De Seta o Bellavista) e la creazione di Villa Margherita.


Punti d'interesse:

Museo Numismatico Provinciale:
Il museo, istituito nel 1879, conserva un ricco medagliere che comprende circa 8000 esemplari. Formatasi già nel periodo precedente il 1879 la collezione di monete è stata costantemente arricchita negli anni successivi, raggiungendo la composizione che ancora oggi è possibile osservare. Particolarmente interessanti risultano le monete di età greca, rappresentate in maniera ottimale per tutte le regioni dell'Italia antica e della Sicilia. Per l'età romana, sono raccolte monete di età repubblicana e di età imperiale, di bronzo e di argento. Notevole anche la raccolta di monete bizantina, che propone, secondo un criterio di selettività tipico dell'epoca in cui si è formata, una scelta di esemplari che rappresentano, quanto più possibile, tutte le epoche, tutti i nominali e tutte le autorità emittenti . Il nucleo di monete di età normanna e sveva, peraltro già presente nella fase iniziale, è stato incrementato in maniera sostanziale nel secolo scorso e testimonia la formazione locale, con un insieme di esemplari che trovano un confronto nei dati finora editi sulla circolazione monetaria in Calabria nel periodo in questione. Molto ricca è anche la raccolta di materiale preistorico e protostorico, formatasi in parte grazie all'acquisizione di collezioni private costituitesi alla fine del XIX secolo con materiali rinvenuti nella zona, in parte grazie a scavi e rinvenimenti del secolo scorso. Sono presenti materiali archeologici provenienti dalle zone di Crichi, Tiriolo, Petelia. Il territorio di Crichi è rappresentato da una collezione di materiale dell'età del Ferro (IX - VIII secolo a.C.), proveniente soprattutto da tombe (oggetti di ornamento femminile: bracciali, fermatrecce, fibule; ami: punte di lancia etc). Di particolare importanza, per la rarità del ritrovamento, è l'elmo di bronzo rinvenuto a Tiriolo, databile negli ultimi decenni del IV secolo a.C. Da Petelia, centro lucano - brettio che ha avuto un particolare periodo di floridezza in età imperiale romana, proviene un gruppo di frammenti bronzei. Di particolare bellezza è, infine, un'incisione su lamina d'oro raffigurante l'Adorazione dei Magi, considerato un vero capolavoro dell'arte bizantina.
Museo delle Carrozze: Una delle mete piu' frequentate di Catanzaro, unica nel suo genere in tutta l'Italia del Sud. Da Catanzaro centro si va verso il quartiere Siano e da li', seguendo la segnaletica, si prende la strada sterrata sulla destra. Qualche centinaio di metri e si entra nella proprieta' del barone De Paula, appassionato da sempre di cavalli e carrozze. Qui, in un ampio edificio in stile medioevale, e' ospitata la collezione di 25 carrozze d'epoca perfettamente restaurate, quasi tutte inglesi. Un posto di rilievo hanno quelle della famiglia Volpicelli, ma il pezzo forte e' il calesse di Rossella O'Hara, usato nel film «Via col vento». Sono esposti inoltre attrezzi della civiltà contadina e un pianoforte in radica d'ulivo della fine dell'800.
Museo Diocesano: Costituito nel 1997 e ospitato nel Palazzo Vescovile, il museo raccoglie ostensori, calici, pianete, candelabri, paramenti sacri, dipinti, sculture lignee e opere marmoree databili a partire dal XVIII secolo e provenienti da alcune chiese del territorio catanzarese.
Parte di questo materiale apparteneva al tesoro della Cattedrale e all'Arcidiocesi di Catanzaro.
Tra i dipinti, in gran parte opera di artisti meridionali, si segnalano La Pentecoste di Domenico Leto (XVIII sec.), una Madonna col Bambino (XVIII sec.), l'Incoronazione della Vergine nella Gloria dei Santi di Biagio di Vico (XVIII sec.), San Nicola Vescovo di Mattia Preti (1613-1699) e una Madonna delle Grazie (XVIII sec.). Tra i paramenti sacri: un Piviale rosso a lamina d'oro del Settecento, di manifattura catanzarese.Tra gli argenti: un Ostensorio (1782), una Croce Professionale (XVIII sec.), un Baldacchino del Santissimo (1856).
Casa della Memoria (Rotella’s house): E’ la casa museo di Mimmo Rotella, artista che ha fortemente contribuito ai rinnovamenti dell’arte contemporanea nazionale e internazionale. Mimmo Rotella, nato a Catanzaro il 7 ottobre 1918, nel 2003 ha voluto trasformare la sua vecchia casa natale posta nel centro antico di Catanzaro in un museo che conservasse le opere più rappresentative della sua carriera artistica. Il museo è stato chiamato dal critico d’arte francese Pierre Restany “Casa della Memoria”, per evidenziare il legame che Rotella aveva verso la sua vecchia casa, ricca di ricordi e di affetti. Rotella voleva che il risultato finale della ristrutturazione fosse che la casa risultasse come un luogo sacro, è per questo che gli interni sono rigorosamente bianchi. Inoltre, proprio Rotella ha deciso quali opere esporre e anche la loro disposizione. Alcune appartenevano al maestro, altre alla Fondazione Rotella (nata per volontà dell’artista nel 2000).
Museo Storico Militare “Brigata Catanzaro”: Ospitato in un palazzo di circa 2000 mq, all’interno del parco della Biodiversità, contiene armi, divise e cimeli militari relativi ad un arco di tempo che va dall’età napoleonica alla seconda guerra mondiale. Il museo ha una forte impostazione didattica in quanto mira a ricostruire filologicamente vicende e contesti della storia militare più recente attraverso il ricorso a diorami (come la fedele ricostruzione della battaglia di Waterloo), filmati dell’istituto Luce e precisi allestimenti scenografici (ad esempio l’accurata riproduzione di una trincea). Nella struttura trova spazio anche la memoria della gloriosa “Brigata Catanzaro”, un coraggioso reparto di soldati calabresi impegnati eroicamente nei combattimenti della Grande Guerra e protagonista di azioni importanti come, ad esempio, la spedizione sul monte Mosciagh. Il museo è stato inaugurato il 28 aprile 2007.
Museo MARCA (Museo delle Arti di Catanzaro): Il museo si colloca nel cuore storico della città e occupa gli spazi di un antico palazzo, recuperato e restaurato ad hoc, edificio che ospitava, sino a qualche decennio fa, un istituto per sordomuti e una tipografia. Il palazzo si sviluppa su tre piani ed è dotato di un ampio cortile e una terrazza che si affaccia sulla città. MARCA è un polo museale multifunzionale sviluppato su tre piani, che ambisce a confermarsi come “un museo vivo e attivo” dove possono convivere momenti artistici diversi dall’arte antica al linguaggio contemporaneo, espresso in tutte le sue forme. Al pianterreno è stata allestita la Pinacoteca e Gipsoteca della Provincia con circa 120 opere tra dipinti e sculture, una collezione permanente che va dal XVI al XX secolo: dalla splendida tavola di Antonello de Saliba, a Battistello Caracciolo, Mattia Preti, Salvator Rosa e Andrea Sacchi. Sono inoltre conservate ed esposte un numero assai ricco di opere di Andrea Cefaly, oltre a gessi e marmi di Francesco Ierace. L’esposizione delle opere è stata resa possibile grazie ad un lungo e prezioso intervento di restauro compiuto su quasi tutte le opere grazie alla collaborazione con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Calabria. Il primo piano è adibito a mostre temporanee di arte contemporanea curate da Alberto Fiz. Il seminterrato ospita il centro polivalente di cultura contemporanea e verrà anche utilizzato per ospitare mostre temporanee e eventi culturali di altro genere, in collaborazione con istituzioni locali, come L’Accademia di Belle Arti di Catanzaro.
Chiesa dell’Osservanza: La tradizione vuole che la chiesa e l’annesso convento, siano sorti nel luogo dell’antica cappella della Madonna della Ginestra, titolo mariano questo, che si ritroverà più tardi nel 1508 nella tavola centrale di un più grande polittico di Antonello De Saliba di Messina, oggi custodita presso la Pinacoteca Provinciale, commissionata per il convento dal P. Francesco Coco su mandato del fratello Giovanni che già quattro anni prima, commissiona ad Antonello Gagini la bellissima statua marmorea della Madonna delle Grazie, oggi posta al centro dell’edicola nel presbiterio e il cui scannello si trova nel fastigio dell’altare di S. Teresa. La chiesa è celebre perché nel 1548 Frà Michele de Angioii di ritorno dai luoghi santi di Gerusalemme, dove dimorò per molto tempo, portò alcune reliquie dei luoghi sacri con alcuni misteri della Passione e donateli alla chiesa del suo ordine fece costruire su suo disegno una cappella dedicata al Santo Sepolcro. Di questo antico luogo resta la celebre croce reliquiario del 1535, commissionata dal frate francescano, con crocefisso, storie della vita della Vergine e di Cristo (recto) e con l’Albero Serafico (verso): una sorta di genealogia dell’Ordine Francescano del quale illustra i Santi e i Beati. Il crocefisso in questione riguarda l’opera che attualmente è posta nell’attuale vano d’ingresso e che rappresenta il Cristo schiodato, parte rimanente di un più complesso gruppo scultoreo. La cura delle anime sorse all’indomani del terremoto del 1783 e tale cura rimase a carico dei sacerdoti secolari fino al 1813 e dei frati fino al 1856. All’indomani della loro espulsione furono nominati curati i sacerdoti secolari ma fino al 1889 periodo in cui, sotto l’episcopato di mons. Bernardo de Riso, si ottenne il decreto Reale del 31 gennaio 1892 con cui la chiesa veniva elevata a parrocchia che d’allora, per essere stata demolita la chiesetta baraccata di mons. Matteo Franco entro cui era il titolo di S. Teresa dapprima ospitato nella chiesa dei teresiani, fu chiamata di S. Teresa all’Osservanza. Ma con la soppressione del convento del 17 febbraio 1861, il convento e parte della chiesa passò e restò al Ramo militare, che vi impiantò più tardi l’ospedale militare, mentre passò al Municipio il solo presbiterio che forma l’attuale edificio sacro e che sin dall’inizio subì notevoli restauri per potere adeguare lo spazio presbiterale al culto. La chiesa attuale ha uno spazio sacro diverso dalle altre chiese in quanto la facciata fu ricavata da una parete del transetto che oggi con l’antico coro, costituisce il nuovo impianto della chiesa. Entrando dalla porta, aperta nel 1856, ci si immette nella cappella del SS. Crocefisso ai piedi del qual è posto il seicentesco gruppo scultoreo a tutto tondo della Madonna della Salute; di fronte l’ingresso è posto l’altare di S. Teresa con fastigio settecentesco al centro del quale è posto una tela ovale coeva raffigurante l’Estasi di Santa Teresa; sotto cui resta, poggiato su due mensole in marmo, lo scannello cinquecentesco della statua della Madonna delle Grazie del Gagini. Tutto l’interno è caratterizzato da una decorazione tardo barocca che si esplicita negli stucchi delle cupole, delle volte, dei capitelli e dello stemma francescano posto al centro dell’arco santo preceduto da un ovale affrescato con S. Antonio da Padova, il Bambino Gesù e S. Francesco d’Assisi, probabile opera del pittore La Rosa (Tommaso o Giuseppe) di Squillace.
Chiesa di S. Giovanni Battistadella Reale Arciconfraternita dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista dei Cavalieri di Malta Ad Honorem: sorge sul colle più alto (343 m. s.l.m.) del monte Triavonà, che da essa prende il nome e che, per la presenza del castello di cui oggi rimangono parte delle mura medievali e cinquecentesche, ha da sempre rappresentato sin dall’epoca normanna, il potere feudale e civile della città. L’edificio sacro fu costruito presumibilmente tra la fine del ‘400 ed ampliata intorno al 1532. Carlo III che nel 1735 venuto in città volle visitare la chiesa concedendole il titolo di Arciconfraternita al nobile sodalizio e con “Real rescritto” ai confratelli, presenti e futuri, il privilegio di fregiarsi del titolo di Cavalieri di Malta. La chiesa di San Giovanni al suo interno si presenta oggi nel sobrio rifacimento barocco sei-settecentesco, che ha coperto le precedenti strutture cinquecentesche. L'edificio conserva ancora oggi l'originaria pianta a croce latina a navata unica con cappelle laterali comunicanti, con ampio transetto ed un coro abbastanza profondo. La navata centrale, di notevoli dimensioni, è intervallata da tre cappelle per lato e da coppie di paraste poggianti su basi in pietra e sormontate da capitelli compositi settecenteschi finemente lavorati in stucco, che reggono una cornice marcapiano modanata, sulla quale s’imposta la volta a botte lunettata. Le cappelle sono anch'esse voltate a botte e presentano una pianta più o meno regolare. Ognuna di esse, che in passato godeva di jus patronato appartenente a nobili famiglie cittadine, conserva altari in stucco, in marmo e muratura ascrivibili ad un periodo posto tra i secoli XVII-XIX, nonché decorazioni sulle pareti e sulle volte realizzate a trompe d'oeile. L'incrocio del transetto col coro, è caratterizzato dalla presenza dell’ampia cupola realizzata nei primi anni del novecento, con una struttura in canne, impostata su quattro grandi vele, rette da altrettanti grandi pilastri, costruiti in conci squadrati di tufo. La superficie della struttura, all'interno, è scandita da piatte costolonature che vanno a poggiare su mensole fogliate del tipo ad "inginocchiata". E' decorata inoltre da affreschi, realizzati nel 1910 dal pittore crotonese Sesto Bruno con scene della vita del Battista (la predicazione di S. Giovanni e il Battesimo di Cristo) e scene della vita di S. Giovanni Evangelista (l’apocalisse). Si segnalano all’interno: il cinquecentesco Crocefisso ligneo, e la tela della Madonna di Costantinopoli nel coro;la tela dell’Immacolata del ‘600 e l’Estasi di S. Teresa e il S. Francesco Saverio del ‘700 nel transetto; la tela della Madonna del Carmine e della Salus Populi Romani tra i santi Vitaliano e Giovanni Evangelista del XVIII sec. nella cappella di S. Giorgio il cui culto fu trasferito nel 1834 dall'antica chiesa regia altomedievale di San Giorgio distrutta dal terremoto del 1832; le statue settecentesche di S. Francesco di Paola, caratteristica per avere il volto, le mani e i piedi realizzati in cera, di S. Filomena in legno e con abito in velluto di seta verde di manifattura catanzarese, l’ottocentesca statua in cartapesta di S. Giorgio opera dello scultore catanzarese Vincenzo Pignatari. Appartenente alla memoria storica dei catanzaresei un pregevole busto di S. Giovanni Battista della fine del sec. XVII, affettuosamente denominato un tempo, per le sue ridotte dimensioni e per la particolarità di raffigurare solo per metà il santo, “u muzzuna” cioè il “mozzicone”. Il pavimento della navata del coro, del transetto e delle cappelle laterali, è stato completamente ristrutturato e ridisegnato negli ultimi lavori di restauro, i quali, hanno riportato alla luce, nell’atto di rimuovere il vecchio pavimento in mattonelle di graniglia, una gran quantità di fosse comuni, di tombe nobiliari, di una cisterna scavata nel tufo, di preesistenze murarie ed in particolare, nella cavità di un ambiente ipogeo posto di fronte la cappella della SS. Addolorata, tracce di un affresco raffigurante la Vergine SS. con il Bambino.
Chiesa del SS. Salvatore o di S. Omobono,già sede della Confraternita dei Sarti Sec. XII: questa chiesetta medievale sorge su un ammasso roccioso è legata ad alcune anti­che leggende, riportate da alcuni storici locali, che la vogliono costruita su un antichissimo tempio del Sole esistente nella parte ovest della città. Durante il sec. XVIII e precisamente nel 1744 la chiesa subì notevoli danni dal violento terremoto abbattutosi sulla città, il danno più grave è documentato dal lato sinistro della struttura che risulta più corto, rispetto all’altro, a conferma dei pesanti rimaneggiamenti e probabili ricostruzioni dovute agli eventi sismici, non ultimi quelli del 1783 e del 1832. La struttura della chiesa si presenta con dimensioni simili alle tante piccole chiese cittadine ad aula unica ma, attualmente, rappresenta un unicum, con la chiesa di S. Nicola di Morano, del­l'antica realtà urbanistico-architettonico medie­vale della città di Catanzaro. La pianta rettangolare è scandita dei sei arcate perimetrali, due nei lati più lunghi, una nei lati che costituiscono, oggi, il vano absidale sormontato da una doppia calotta e l’ingresso. Quest’ultimo è posto, preceduto da una gradonata, sull’inizio di Vico Telegrafo ed è caratterizzato da un vano ad arco con doppio giro di conci, a cui si accosta, a tutta altezza sul lato destro, un’alta monofora cieca. Al di sopra dell’arco centrale una piccola trifora, oggi murata con materiali di risulta e con l’arco centrale completamente scomparso, è sormontata da un tipico tema decorativo normanno con conci squadrati posti a spina di pesce. Di maggiore interesse il prospetto laterale prospiciente via De Grazia che mostra, ancora intatti, gli archi a tutto sesto riproponenti la bicromia dei laterizi e dei conci di calcare della facciata, sempre a doppio giro di conci e intervallate da tre monofore, rese cieche da interventi successivi, che si impostano inferiormente quasi a metà altezza degli archi per poi superarle in altezza. Il ritrovamento dell’imposta di altri archi superiori a quelli esistenti fa presupporre – come afferma Cuteri – ad un edificio con una articolazione a due o più piani che, nella prima fase, può rientrare in quell’edilizia normanna di natura privata: «potrebbe trattarsi di un palatium alla moda “siciliana”, vicino a quei “torreggianti palazzi” o “alti palagi” di Palermo ricordati da Idrisi».
Chiesa di S. Maria de Plateis in S. Anna: sec. XVIII la chiesa è posta tra il Palazzo degli Anania e l’attuale Palazzo Bianchi ed è prospiciente l'attuale via de Grazia già via dei Coppolari. Il prospetto esterno, con caratteristiche eclettiche ottocentesche, è preceduto da una breve scalinata chiusa da una cancellata in ferro bat­tuto, secondo la tradizione e i modelli legati alla cultura napoletana dell’epoca, e presenta, al di sopra del portale architravato sormontato da una semplice cornice modanata, un semplice finestrone neogotico. Al centro della facciata a capanna svetta un piccolo campani­le a vela con due campane poste all’interno di due piccoli archi a sesto acuto. L'interno, a cui si accede dal piccolo vestibolo in legno al di sopra del quale si impo­sta la cantoria, è caratterizzato da un impianto con aderenza ai normali schemi delle chiese a navata unica presenti in città con due cappelle per lato e si caratterizza per il suo apparato artistico-architettonico sette-ottocentesco con stucchi, paraste, volta a botte centrale e arco santo, con caratteri stilistico-formali legati a schemi tardobarocchi già documentati in altre chiese cittadine. L'altare maggiore, che sostituisce quello più antico in stucco e coevo al fastigio, fu realizzato dall'av­vocato Francesco Massara nel 1930, mentre il busto raffigurante S. Anna e la Madonna Bam­bina, posta al centro della edicola del fastigio tardobarocco, è opera dello scultore catanzarese Vincenzo Pignatari. In città è forte la devozione a S. Anna da parte delle partorienti di cui è protettrice e le quali, ancora oggi, come ex voto, depon­gono ai piedi dell'altare maggiore numerosi fiocchi azzurri e rosa. Un altro dato storico importante è dato dal fonte battesimale in legno, di forma esagonale e posto a sinistra all’interno di una nicchia: in esso fu battezzata tre giorni dopo la nascita la Madre Maria Candida dell'Eucaristia dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, al secolo Maria Barba e il 21 marzo 2004 Giovanni Paolo II, dopo averla dichiarata «Venerabile» il 18 dicembre 2000, la proclamerà Beata.
Chiesa di S. Angelo de Siclis: l’antica chiesetta di S. Angelo è tra le più antiche testimonianze architettoniche legate al commercio dei manufatti tessili serici per i quali Catanzaro ha alle spalle una lunga tradizione artigianale. La Parrocchia di S. Angelo, a partire dal sec. XVII, compare con il nuovo titolo di “S. Michele Arcangelo de Siclis” in quanto divenuta edificio religioso di una colonia di mercanti di origini siciliane. La chiesetta, dopo il sisma del 1783, venne sop­pressa dal marchese di Fuscaldo con il Piano Regolatore del 3 gennaio 1799 e aggregata, per la cura spirituale, alla chiesa parrocchiale di S. Giorgio. Danneggiata dai vari terremoti rimase chiusa per molto tempo fino a che la famiglia Marincola non provvide nell'Ottocento a restaurarla, a proprie spese, ripristinandola al culto. È stata di recente restaurata e non presenta particolari accenti linguistico - formali, fatta esclusione per la classica pianta ad aula unica e le tracce di un ingresso laterale, quali elementi tipici delle chiese parrocchiali catanzaresi risalenti allo stesso periodo. L’interno, caratterizzato da una copertura con capriate a vista (prima del crollo del tetto, ricostruito negli anni ’80, era caratterizzato da una controsoffittatura in canne e gesso con al centro un dipinto ad olio, oggi andatto distrutto), custodisce la settecentesca pala d'altare raffigurante San Michele Arcangelo desunta da modelli reniani e probabile opera di Domenico Antonio Colelli.
Chiesa del Monte dei Morti e della Misericordiadell’Ordine dei Francescani Minori Cappuccinigià Oratorio dei PP. Filippini: benché la data sulla facciata della chiesa del Monte riporti la data del 1728, la storia di questo edificio sacro e caro ai catanzaresi, risale al sec. XVII. L’edificio sacro, l’unico ad essere stato costruito in età tardo barocca, sfrutta al massimo le leggi compositive architettoniche di questo periodo rappresentando un unicum all’interno del panorama artistico-architettonico della città. La pianta a croce greca , unico esempio nel tessuto architettonico sacro urbano, è sormontata da una cupola priva del tamburo, poggiante direttamente sulle vele dei quattro grandi pilastri. Quest’ultime sono decorate da quattro tele raffiguranti i quattro evangelisti opere del pittore gasperinese Giovanni Spadea, documentato a Marcellinara e a Gagliano, che le realizzò, insieme alla “Gloria di S. Filippo Neri” al centro della cupola, nel 1796. L’interno presenta quattro cappelle laterali, due delle quali costituiscono il transetto, un tempo dedicate a S. Filippo Neri, all’Immacolata, a S. Antonio da Padova, a S. Francsco d’Assisi, caratterizzate le prime da rifacimenti della prima metà del ‘900, le seconde da altari in onice che sostituiscono quelli originali settecenteschi in stucco dei quali restano traccia soltanto i fastigi. Il presbiterio è caratterizzato dall’altare dedicato alle Anime del Purgatorio sormontato da un fastigio con colonne e stucchi al centro del quale vi è posta la tela raffigurante la SS. Trinità con la Madonna e le Anime Purganti. L’interno custodisce inoltre molte suppellettili sacre, paramenti sacri con tessuti di manifattura catanzarese, damaschi settecenteschi ed una grande pala d’altare, posta sul vestibolo d’ingresso, raffigurante la Madonna degli Angeli altrimenti detta Vergine della Porziuncola tra i santi Francesco d’Assisi, Michele e Bonaventura; questa antica tela proviene dall’altare della chiesa del succitato cinquecentesco convento dei cappuccini ed è opera del 1642 di Giovanni del Prete. L’esterno risulterebbe anonimo se non fosse impreziosito dal monumentale portale barocco in pietra arenaria che alcuni recenti lavori di pulitura e restauro, hanno rivelato dovesse essere in più parti colorato. I Padri Cappuccini, prima ancora che la città progettasse il monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale realizzato in Piazza Matteotti, vollero murare ai lati del portale monumentale due lapidi marmoree con i nomi dei 178 catanzaresi caduti nella grande guerra
Chiesa di S. Maria de Meridie o del Mezzogiorno,sec. IX – XI: narra la leggenda che prima della costruzione della chiesa, nell'orto attiguo, su un albero di fico, appariva ogni giorno a mezzogiorno una bella signora identificata con la Madonna che distribuiva pane e fichi ad alcu­ne persone del luogo e ai bimbi in particolare, riuscendo così a sfamarli nonostante la grande carestia. Tale evento è, oggi, ricordato da un affresco realizzato nel 1991 sulla parete del campanile dal pittore catanzarese Gioacchino Lamanna. Dedicata a Santa Maria Assunta, il suo vasto “ristretto” parrocchiale era sito nel quartiere del Vescovato chiuso a nord dalla parrocchia dei Santi Pancrazio e Venera, a est da quelle di S. Stefano e di S. Biagio e a sud da quella di S. Nicola Coracitano. La sua importanza territoriale era rilevata anche dal punto di vista amministrativo e ricadeva nelle undici “ripartizioni” militari: il suo ristretto era di competenza sulla Porta di Pratica, la fontana del Circuglio fino al grande bastione di S. Nicola Coracitano nel quartiere Pietra Viva.E' presente un’effigie in gesso posta al centro del fastigio seicentesco del presbiterio, costituito in marmi poli­cromi con prevalenza del verde di Gimigliano, che raffigura la Madonna assisa con il Bambino; immagine che fu incoronata con diadema d’argento nel 1797. La chiesa subì notevoli danni dal terremoto del 1783 assorbendo, all'in­domani del sisma, anche la parrocchia dei Santi Pancrazio e Venera. Grazie all'opera del parroco di allora D. Giuseppe Caravita (1811-1842), si apportarono i primi riattamenti e abbellimenti, tra cui è documentato il portellino dell’altare della Madonna raffigurante il “Buon Pastore”. A Tommaso Spadafora (1879-1911) si deve l’affresco dell’Assunta – che ricorda la festa liturgica della parrocchia – posta al centro della volta della navata, realizzato nel 1886 ad opera degli «indoratori e pittori Vincenzo e Bernardo fratelli Pignatari» e restaurato nel 1912. L’esterno, al contrario,si presenta nel suo rifacimento post bellico; nel 1945 furono restaurati, in forme eclettiche, la facciata laterale e fu sopraelevato il campanile; entrambe le strutture, come scrive il parroco dell’epoca, «avevano la forma di capannone con un campanile monco e schiacciato». L’interno, al contrario, fatto salvo per il pavimento realizzato nel 1957, si presenta nel suo rifacimento sette-ottocentesco, con un impianto a navata unica con tre cappelle per lato, la prima delle quali, dove è collocato il fonte battesimale sormontato dalla figura del Battista e realizzato dopo il 1940 dal parroco D. Bruno D’amica, evidenzia una pianta leggermente semicircolare. L'interno custo­disce, oltre a quelle già citate, altre opere d'arte tra le quali vanno ricordate: la tela della Madonna del Buon Consiglio, nella cappella omonima, e inserita in un fastigio sormontatoa da un ovale raffigurante S. Nicola; e quella della Sacra Famiglia con i Santi Elisabetta, Zaccaria e S. Giovannino, probabile opera di Francesco Colelli. Il 13 maggio 1991, la chiesa veniva eretta a Santuario Mariano in perpetuum.
Chiesa e Convento di Santa Maria della Stella, già dell’Ordine delle Clarisse Francescane Cappuccine 1583 – 1588: la chiesa, presenta una pianta tipica delle chiese conventuali del tardo cinquecento, a navata unica con cappelle laterali e ampio coro; la facciata, simile per impostazione a quella della chiesa conventuale di S. Francesco di Paola, è inquadrata da due lesene con capitelli corinzi in stucco e chiusa da un aggettante timpano su cui si impostano ai lati due piccoli campanili. L’ingresso è caratterizzato da due paraste di stile corinzio su cui si imposta una trabeazione, con alto fregio liscio e cornice modanata, che sostiene il timpano spezzato. L’interno presenta un’ampia navata – dominata dal barocco altare maggiore in legno dorato e argentato a mecca, unico esemplare presente in città, alle spalle del quale si erge il tardo settecentesco fastigio in stucco con la tela dell’Assunta – intervallata da tre cappelle per lato e da paraste, sormontate da capitelli tardobarocchi di ordine composito, realizzati in stucco. Sull’aggettante trabeazione, che percorre perimetralmente tutta la navata e il presbiterio, s’imposta una controsoffittatura a botte lunettata, la cui superficie, scandita da piatte costolonature scanalate, è abbellita da tracce di vecchi affreschi con decorazioni fitomorfe e da dipinti, realizzati negli anni ’50 – ‘60 dal pittore catanzarese, allievo di Garibaldi Gariani, Guido Parentela. Le sei cappelle laterali oltre a presentare gli archi decorati in chiave da teste di angeli in stucco conservano gli originali fastigi, chiara opera di maestranze calabresi del tardo rinascimento, realizzati e scolpiti completamente in legno, e successivamente dorati, secondo il gusto dell’epoca e la tradizione delle chiese cappuccine. All’interno di ogni fastigio sono custodite sei tele. All’interno sono custodite inoltre una statua napoletana di S. Giuseppe del XVIII secolo, un organo in legno decorato da serti di rose e realizzato a Napoli nel 1774 da Nicola Mancini e la statua sette – ottocentesca della Santa Badessa Benedettina Burgundofara più comunemente conosciuta come Santa Fara, la santa della Divina Provvidenza, il cui culto arriva in tutta Italia attraverso la famiglia francescana. La festa della Santa era legata un tempo al raccolto, tant’è che la statua veniva portata in processione sino a Bellavista da dove il sacerdote benediva le messi; tutto ciò è legato alla sua vita, ai suoi miracoli e anche ai simboli iconografici: il pastorale nella mano sinistra, segno esteriore della dignità abbaziale, le spighe, sempre nella sinistra, e il libro aperto nella mano destra con la frase latina tratta dal salmo che fu tanto caro alla Santa di Faremoutiers (Salmo 125) “Qui seminant in lacrymis in exultatione metent”.
Cattedrale di Santa Maria Assunta e dei Santi Pietro e Paolo 1121 - 1122,ricostruita 1960: il progetto del 1960 si riporta all’impianto originario normanno con la sola eccezione della creazione di un portico a tre arcate sul lato nord prospiciente la piazza e lo spostamento della torre campanaria dal fianco sinistro della facciata principale al centro della stessa. Anche la parte esterna ed interna ha subito notevoli trasformazioni: è stata creata la struttura del tamburo e della cupola vetrata, la copertura della navata centrale con una controsoffittatura piana a cassettoni, e la creazione del battistero nel luogo e nel perimetro della vecchia torre campanaria. L’interno è caratterizzato da un rivestimento in marmi pregiati comprendente sia la navata maggiore, sia le navate minori, sia l’ampia e absidata area presbiterale. La cattedrale normanna fu consacrata nel 1121 alla presenza di Papa Callisto II, e fu dedicata alla SS. Vergine Assunta e ai Santi Pietro e Paolo. Il duomo originario dovette avere molti punti in comune con le altri cattedrali normanne calabresi. Ancora oggi le antiche absidi rivolte ad est secondo la tradizione normanna e le ampie navate, si stagliano sull’abitato sovrastato dal “westwerk” cioè dalla complessa articolazione della parte occidentale, dove è situato l’ingresso e sul quale si staglia la statua bronzea dell’Assunta opera di Giuseppe Rito. Per i numerosi e distruttivi terremoti la chiesa subì nei secoli vari rifacimenti tra i più importanti dei quali vanno menzionati quelli eseguiti tra il 1509 e il 1517, ad opera del vescovo Torrefranza. Ma nel 1638 le violenti scosse sismiche che si verificarono in città causarono il crollo del frontespizio e per tali terremoti la cattedrale ebbe vari riattamenti sia dal punto di vista architettonico, sia da quello per la disposizione delle cappelle laterali. A distanza di trent’anni, e precisamente nel 1660, la struttura fu interessata da un violento incendio che oltre a distruggere gli stipi di noce della sagrestia e del capitolo, distrusse parte della chiesa e delle suppellettili in essa contenute. Altri danni furono apportati dai terremoti del 1744, del 1783 e del 1832, che causarono per molti anni la chiusura del vetusto edificio sacro con il trasferimento del culto nella chiesa dell’Immacolata. L’edificio fu riaperto al culto nel 1844, anno in cui ricevette la visita dei reali, e fu abbellito nella stessa epoca dal vescovo De Franco che costruì il nuovo campanile su progetto dell’architetto Michele Manfredi: mentre altri lavori di ristrutturazione e abbellimento furono eseguiti agli inzi del ‘900 da mons. Finoja. Dell’antico Duomo, al contrario, sono state salvate notevoli opere d’arte tra le quali meritano di essere menzionate: il busto argenteo tardo cinquecentesco di S. Vitaliano, probabile opera dell’argentiere napoletano Gilberto Lelio; la statua della Madonna delle Grazie del 1595 opera di ascendenze artistiche messinesi o napoletane proveniente dall’antico convento delle clarisse; la raffinata statua della Dormitio Virginis degli inizi del XVIII secolo, prima nell’antica cappella del santo patrono ed oggi nella cappella della Penitenzieria; la pala dell’antico altare maggiore raffigurante l’Assunta datata al 1750 e commissionata dal vescovo del tempo Ottavio da Pozzo; la statua settecentesca in legno di bottega napoletana della SS. Vergine Addolorata un tempo posta nella Cappella del SS. Sacramento; la “romantica” tela ottocentesca (1834) della Sacra Famiglia opera di Domenico Augimeri. Dai bombardamenti furono inoltre salvati la notevole dotazione tessile della Cattedrale catanzarese, con paramenti databili dal XVIII al XX secolo, in cui primeggiano parati in terzo, piviali, pianete, veli di calice, calzari e mitre facenti parte, insieme all’argenteria, di una parte del “tesoro” della millenaria Cattedrale catanzarese. I parati furono nel tempo rinnovati dopo le gravi perdite subite dal corredo tessile della sagrestia del Duomo con l'incendio del 1660, con le dispersioni dei terribili terremoti del 1744, del 1783, del 1832, con la vendita di molti di questi avvenuta tra il 1855 ed il 1856, voluta dal Capitolo Cattedrale e non ultimi con la distruzione dei bombardamenti aerei anglo-americani del 27 agosto del 1943. Accanto a ciò che fu salvato dall’evento, all’interno della cattedrale è possibile osservare alcune opere contemporanee quali: le quattordici stazioni della Via Crucis di Alessandro Monteleone; le tele dei santi patroni e compatroni della città del salernitano Lorenzo Jovino nella navata centrale e, dello stesso autore, i quattro evangelisti nelle vele dei pilastri della cupola e gli affreschi della Santissima Trinità nell’arco santo. L’abside centrale, che comprende nel basamento il coro dei canonici costituito da 22 scanni lignei e il seggio arcivescovile centrale sormontato dallo stemma di Mons. Armando Fares, presenta il grande mosaico della Madonna Assunta desunto da una celebre pala d’altare del Tiziano che, insieme agli altri mosaici delle absidi minori, raffiguranti il SS. Crocefisso e S. Giuseppe, sono stati realizzati dalla Ditta Pandolfino di Pietrasanta ed eseguiti su bozzetto del Prof. Ugo Mazzei. La navata minore di destra accoglie, inoltre, la cappella dedicata alla Madonna del Soccorso che custodisce parte dell’altare ottocentesco in marmi policromi della vecchia cattedrale – realizzato a quel tempo dal vescovo Matteo Franco – e un’icona della Madonna del Soccorso copia su tela di un famoso quadro del ‘400 esistente a Roma nella chiesa di Sant’Alfonso all’Esquilino. Chiudono il panorama artistico le porte bronzee dell’edificio realizzate dal prof. Eduardo Filippo. Sebbene la mano dell’uomo, in quest’arco di tempo, abbia distrutto materialmente la memoria visiva di questo antico e glorioso tempio, ancora oggi la possente mole rimane testimonianza viva e fervida di fede di questa città e dei suoi vescovi.
Chiesa e convento della SS. Annunziata o di S. Domenco seu del SS. Rosario, già dell’Ordine dei PP. Predicatori o Domenicani 1401: rappresenta un notevole esempio d’architettura quattro-cinquecentesca con rifacimenti sette-ottocenteschi dovuti ai continui terremoti i quali, per la forte intensità, la stravolsero in un primo momento nel 1638 danneggiandola nel sistema voltato e con il crollo di una colonna del fastigio dell’altre maggiore, una seconda volta nel 1783, ed una terza volta nel 1832, che causò la chiusura della chiesa fino al 1891: crollarono in quell’anno, infatti, le volte della cappella della Madonna del Rosario e la cupola, che fu ricostruita ad incannucciata, nonché minacciò rovina la facciata. La confraternita deliberò di ricostruirla il 29 ottobre 1843 e nel 1844 si diede inizio alla costruzione la quale si dovette interrompere a più riprese e riprendere successivamente al 1898, in quanto all’interno si intrapresero radicali intervento di restauro. La facciata, preceduta da una scalinata in granito e prospiciente l’affascinante piazza anticamente denominata largo Tribunali, incorniciata dagli antichi palazzi nobiliari delle famiglie Rocca-Grimaldi, dei Le Piane e dei De Riso, si erge maestosa e rappresenta un vero e proprio unicum nel panorama dell’architettura sacra della città per la qualità delle scelte formali. Il suo schema rivela, infatti, una certa maturità progettuale e si fa essenziale nella scelta di pochi e scarni elementi di codice, tratti dalla tradizione palladiana e classica, attraverso i quali si è operata la sintesi compositiva, basata su un repertorio assai limitato di forme, con le quali si è riuscito a raggiungere una vasta gamma d’effetti, in cui la bianca superficie appare geometricamente controllata e ritmicamente scandita. Il complesso monumentale, sorto alle spalle della Cattedrale, presenta un impianto planimetrico a croce latina ad unica navata intervallata da quattro cappelle per lato e da paraste sormontate da capitelli d’ordine corinzio, realizzati finemente in stucco, in una variante tipicamente neoclassica. Su ognuno di questi si imposta l’aggettante trabeazione, decorata finemente da girali fitomorfi in stucco, che percorre perimetralmente l’intero edificio e sulla quale si innalza la volta a botte lunettata, anch’essa impreziosita da stucchi. All’incrocio del transetto coll’ampio coro, quattro pilastri terminanti con altrettante grandi vele, reggono la cupola, realizzata in canne e priva del tamburo, la quale contribuisce a dare a tutto l’organismo presbiterale, con i suoi stucchi neoclassici a festoni, una certa importanza e solennità. Tutto ciò è enfatizzato, ancor di più, architettonicamente ed artisticamente: dall’altare maggiore del sec. XVIII in pregiati marmi policromi, pietre dure e madreperla, proveniente dalla chiesa del monastero di S. Caterina da Siena; dall’elegante fastigio con colonne binate in marmo verde di Gimigliano e bianco di Carrara del sec. XVII – XVIII; dai due grandi angeli tedofori lignei su mezze colonne in marmo provenienti dalla chiesa di S.Caterina V.M.; nonché dagli altari del Ss.mo Nome di Gesù del 1665 e della Madonna del Rosario, rispettivamente posti il primo a destra, il secondo a sinistra del transetto. Al centro di quest’ultimo la pala d’altare, opera di Dirck Hendricksz su tavola, della Madonna del Rosario con S. Domenico, chiusa in alto dalla figura del Padre Eterno Benedicente e incorniciata dalle scene dei quindici misteri del Rosario ed in basso dalle figure di Gesù e dei Santi Ambrogio, Gregorio, Girolamo e Agostino; il quadro che gli storici locali vogliono eseguito su commissione del Consolato dell’Arte della Seta istituito in Catanzaro con diploma di Carlo V, viene datato al 1519 e per tradizione si vuole portato da Napoli per opera di Monsignor Rocca, patrizio catanzarese. La chiesa è ricca anche d’importanti opere d’arte provenienti da chiese cittadine ormai non più esistenti, come ad esempio la chiesa del Gesù (altare in marmo policromo, oggi nella cappella di S. Liberata e la settecentesca statua di S. Luigi Gonzaga), e le già citate chiese di S. Caterina V.M dei PP. Teatini (statue settecentesche di fattura napoletana in legno di S. Caterina e di S. Raffaele, statua in marmo della Madonna della Purità commissionata il 4 novembre 1613 da Stefano de Maio, gesuita, allo scultore napoletano Francesco Cassano) e di S. Caterina da Siena delle monache domenicane. Il panorama artistico della chiesa di S. Domenico, comprende anche un proprio patrimonio, frutto di commissioni effettuate da parte di nobili cittadini, dal nobile sodalizio del SS. Rosario, dalla Corporazione dei setaioli che aveva sede nello stesso tempio, da sacerdoti, ma anche da semplici personaggi come il celebre mendìco Domenico Scaramuzzino, che acquistò parecchie suppellettili di notevole pregio artistico, con il frutto delle offerte raccolte e tra le quali si ricordano le due cattedre lignee intagliate e tappezzate in damasco cremisi. Altre opere d’arte importanti che arricchiscono questo sacro edificio sono: la statua in marmo del Padre Eterno Benedicente ascrivibile intorno la seconda metà del sec. XV; la tela della Madonna della Vittoria degli inizi del ‘600; i due dipinti ad olio su tela, opera di Giuseppe Castellani del 1702, raffiguranti la prima S. Rosa, S. Caterina, S. Agnese e altre sante domenicane, la seconda S. Giacinto, S. Raimondo, S. Paolino e altri santi domenicani. Nella sagrestia si custodiscono, inoltre, importanti esempi delle pregiate manifatture seriche catanzaresi:, le quali abbracciano un arco di tempo ascrivibile tra i secoli XVI e XIX; tra queste si ricorda la seicentesca pianeta detta dei Borgia che la tradizione vuole commissionata da Papa Alessandro VI per le nozze di Don Goffredo Borgia con D.na Sancia d’Aragona, bastarda d’Alfonso II per la presa di possesso di costoro come Principi di Squillace.
Chiesa e Convento delle Convertite di Santa Maria Maddalena;già delle Monache del terz’ordine regolare francescano 1560: la cinquecentesca chiesa della Maddalena venne edificata con l’annesso monastero, nel 1560 sotto il pontificato di Pio IV e il presulato di mons. Ascanio Geraldini col titolo di Santa Caterina all’interno della quale – come scrive il D’Amato (1670) – «milita sotto l’insegna di questa Vergine reale una Confraternita sì numerosa, che in occorrenza di feste hà numerato più volte mille congregati con abito. Ha un seminario d’orfanelle, con Donne destinate ad insegnarle d’ago». Successivamente il sodalizio si trasferì in quella che fu la chiesa dei Teatini mentre la chiesa e il monastero furono trasformati in un “Conservatorio di Convertite”. Fu infatti in quegli che si verificò la conversione di ventidue donne di malavita, grazie alla predicazione del frate cappuccino F. Tiberio da Milano, e le stesse vennero in seguito rinchiuse all’interno della suddetta fabbrica monastica che d’allora prese il nome di Monastero delle Convertite della Maddalena.Le regole e le ordinazioni di tale luogo furono sicuramente molto dure ed esigenti e tuttavia le pubbliche meretrici divenivano religiose vere e proprie, con i tre voti regolari e di più col voto di stretta clausura. Di ciò resta testimonianza la tela, oggi presso il locale Museo Diocesano, raffigurante Cristo che portando la croce indica con il dito la scritta «CORAGGIO FIGLIA CORAGGIO». Chiusa la chiesa conventuale e soppresso il convento con dispaccio Reale del 1784, fu successivamente riattata al culto nel 1796, anno in cui fu trasferita al suo interno la parrocchia di S. Biagio, per la quale, dopo diverse vicissitudini e per concessione del Comune, il parroco di allora D. Rosario Costanzo, ottenne nel 1875 – anno in cui presumibilmente fu abbattuta l’antica parrocchia medievale posta lungo la via XX settembre all’inizio dell’attuale largo Marincola Cattaneo – la proprietà e il funzionamento definitivo all’interno della chiesa monastica che d’allora prese il titolo di S. Biagio alla Maddalena. La chiesa e il convento furono soppressi il 29 novembre del 1810 ma furono poi riaperti dopo il decennio francese conoscendo fasi alterne, fino a quando per effetto del decreto luogotenenziale del 17 febbraio 1861 che sopprimeva le case monastiche di ambo i sessi, le monache domenicane espulse dal convento di S. Rocco, presero possesso della Maddalena l’anno successivo. Le monache portarono all’interno del convento tutti i loro mobili, le campane della Chiesa ed anche tutti gli arredi sacri ed alcune opere d’arte quali: la tela della Madonna del SS. Rosario con S. Domenico - copia settecentesca della pala di Dirck Hendricks custodita nella chiesa del Rosario – e le tele di S. Domenico di Soriano e del SS. Nome di Gesù tra le sante domenicane Agnese e Rosa custodite nel museo diocesano. La struttura museale ospita anche, proveniente dall’antica chiesa di S. Biagio e un tempo posta nella navata della chiesa conventuale, la seicentesca tela della Madonna delle Grazie pala d’altare dell’antica chiesa parrocchiale. La chiesa conobbe diversi restauri: nel 1888 il parroco D. Vitaliano dei baroni Perrone, rifece ed abbellì il tetto; dopo il 1914, anno in cui la chiesa fu scelta quale alloggio per i militari, venne nuovamente restaurata e riaperta al culto l’8 novembre del 1930, con la benedizione di mons. Giovanni Fiorentini, anno in cui fu rifatto il prospetto; quest’ultimo presenta un’impostazione neoclassica, chiusa da coppie di paraste di ordine corinzio, sulle quali si imposta un’alta trabeazione ed un aggettante timpano che conclude e definisce il prospetto, prospiciente il largo Raffaele Marincola Cattaneo. Sempre in quegli anni il parroco D. Giovanni Apa, fece a spese del Municipio anche il tetto e il campanile, mentre con fondi propri e offerte raccolte tra i fedeli restaurò l’interno della chiesa, il pavimento, gli altari, la sagrestia e l’ufficio parrocchiale e, in particolare, fece realizzare gli affreschi raffiguranti Santa Chiara e Maria Maddalena sulla volta della navata, i Cori degli Angeli sulla cupola e nel presbiterio, i quattro dottori della chiesa S. Agostino, S. Tommaso, S. Alfonso e S. Bernardo nelle quattro vele dei pilastri che sorreggono la cupola, e altre due opere andate perse quali “il martirio di S. Biagio” in cornu evangeli e il “ S. Biagio nel rifugio di Monte Argeo” in cornu epistolae. Tali opere furono eseguiti dal pittore Antonio Grillo di Pizzo Calabro, nipote del più conosciuto Carmelo Zimatore (1859 - 1933), al quale vengono anche attribuite le tele di S. Francesco di Paola e della Maddalena ai piedi della Croce. La chiesa presenta un’impostazione architettonica tipica delle chiese conventuali tardocinquecentesche, molto simile nell’impostazione morfologico-architettonica a quella di S. Francesco di Paola, caratterizzate da una navata unica con due cappelle per lato e profondo presbiterio. Quest’ultimo sormontato da una piccola cupola, è impreziosito dall’altare maggiore, dietro il quale, al centro di una nicchia è posta la statua in cartapesta di manifattura leccese di S. Biagio; l’altare è una importante manufatto settecentesco (1768) commissionato per 400 ducati dal Procuratore delle Convertite Pietro Donato ai napoletani Silvestro e Giuseppe Troccoli che lo realizzarono, secondo la richiesta, in marmi policromi e con dimensione pari all’altare maggiore della Cattedrale. L’interno custodisce altre opere d’arte, tra le quali si ricorda la settecentesca statua di S. Raffaele ma, in particolare, pregiati parati serici di manifattura catanzarese con ricami realizzati dalle stesse monache francescane del Monastero delle Convertite della Maddalena e della Stella; di questo patrimonio si ricordano le due pianete gemelle: la prima, custodita in sagrestia, in taffettà di seta rosa ricamata in oro, argento e sete policrome, e la seconda, esposta presso il museo diocesano, in Gros de Tours laminato in oro e ricamata in oro e sete policrome.
Basilica Minore di Maria SS. Immacolata;già della SS. Trinità o di S. Francesco d’Assisidell’Ordine dei Francescani Minori Conventuali, aggregata alla Basilica Patriarcale di S. Maria Maggiore in Roma(1254).
La Basilica dell’Immacolata rappresenta per i catanzaresi l’edificio più caro alla memoria in quanto si lega indissolubilmente con il culto alla SS. Vergine Immacolata patrona della città. In origine la Madonna era particolarmente venerata dai catanzaresi, sotto il titolo del SS. Rosario, all’interno della omonima chiesa dei PP. Predicatori e dei confrati appartenenti alla quattrocentesca arciconfraternita del SS. Rosario e del SS. Nome di Gesù. Ciò fece sì che la Madonna del Rosario fosse stata eletta, come si desume da molte fonti storiche nonché da quadri ed altre opere d’arte, quale patrona della città. La devozione all’Immacolata si intensifica all’indomani del 1641 quando la città, scampata miracolosamente dalla peste per intercessione della Vergine, emette, nel 1660 con solenne atto pubblico, il voto di difendere a costo del sangue la verità del concepimento Immacolato di Maria, precedendo di due secoli la proclamazione dello stesso dogma. Da allora l’Immacolata, proclamata principale patrona della città, è solennemente festeggiata ogni anno, l’otto dicembre, ed in tale occasione, il sindaco della città accompagnato dalla giunta comunale, secondo una tradizione secolare, rinnovano in perpetum in nome della città tutta, il voto di ringraziamento a Maria SS. e offrendo un cero, giurano, alla presenza di un notaio “di riconoscere la Vergine Immacolata come Prima Patrona e principale protettrice della città e difendere il privilegio dell’Immacolato concepimento fino allo spargimento di sangue”. Fino a non molti anni fa la statua dell’Immacolata, pregiata opera lignea, vestita con preziosi abiti serici del ‘600 e del ‘700, percorreva le strade principali della città; memorabile la processione trionfale del 1954, anno mariano durante il quale il tempio dell’Immacolata fu elevato alla dignità di Basilica e il Capitolo Vaticano insignì il simulacro veneratissimo della Madonna di corona d’oro, che benedetta dal papa Pio XII, fu posto solennemente sulla sacra effigie dall’eminentissimo cardinale Gaetano Cicognani, prefetto della sacra Congregazione dei Riti. Gli storici sono concordi nell’affermare che il tempio, dapprima dedicato alla SS. Trinità, fu costruito nel 1254 – come evidenziano alcune monofore della navata centrale ma visibili soltanto dal sottotetto delle navate minori - e che i religiosi francescani furono i primi ad arrivare in città stanziandosi fuori le mura lì dove i cappuccini nel 1534 eressero il loro convento con la chiesa di S. Maria degli Angeli. Fu il vescovo dello stesso ordine mendicante, Fortunato, che volle i suoi confratelli all’interno delle mura concedendo loro la chiesa della SS. Trinità annessa al convento, donazione confermata dal successore Giacomo e da Alessandro VI con Bolla del 1261. Il D’Amato (1670) scrive che all’interno della chiesa, detta anche di S. Francesco di Assisi, fu eretta una cappella alla Vergine Immacolata la quale era officiata e sede di riunione dell’antica Confraternita omonima, tutt’oggi esistente. La chiesa sorse, quindi, nel “cuore” civile, politico e commerciale della città, nella cosiddetta “Piazza” che il Gariano descrive come la «più pratticata dinnanzi San Francesco d’Assisi, che si stende sino al vescovato, dove stanno tutti i mercanti e lo spaccio di cose commestibili», ma anche il D’amato la ricorda posta su «l’ultimo confine della Piazza Maestra, con due Porte nel frontespizio, alle quali per più gradi s’ascende, con uno spazioso Teatro avanti, circondato all’intorno di sontuosi palagi». Nel 1750 l’edificio, dapprima ad unica navata, venne ristrutturato a cura di un certo frate francescano che le cronache riportano quale A. Matalona, e dopo diversi lavori di restauro e ampliamenti durati per tutto l’800 e il ‘900, fu ingrandito con l’aggiunta delle due navate minori, la cupola e, quindi, definitivamente portato alle attuali forme e dimensioni. Il 6 dicembre del 1763, la nuova chiesa venne solennemente riaperta al culto e consacrata dall’allora vescovo della città Mons. Antonio De Cumis che nel 1775 donò e consacrò l’altare maggiore in marmi policromi ai lati del quale fece apporre il suo stemma. Nello stesso anno viene realizzato l’altare della cappella dell’Immacolata commissionato a Silvestro Troccoli, su disegno di Tommaso Mancini architetto e scultore napoletano, che andò a completare il fastigio realizzato in muratura e stucco al centro della quale è tutt’oggi posta la statua processionale della Vergine databile tra la fine ‘500 e gli inizi del ‘600. Nel 1783 a causa del violento sisma e fino al 1833, per i danni riportati dal Duomo, la chiesa funzionò da Cattedrale interinale. In questo periodo l’antica cappella di S. Giuseppe, posta nel transetto di fronte la cappella dell’Immacolata, fu dedicata al S. Patrono vescovo Vitaliano e nel 1857 il nobile Antonio Arceri fece realizzare dallo scultore serrese Michele Amato, come voto al santo per aver preservato la città dal colera, un busto ligneo che fu posto al centro del fastigio. Quest’ultimo reca al centro della cimasa un piccolo dipinto di S. Nicola vescovo e ai lati, all’interno di cornici quadrilobate in stucco, due dipinti raffiguranti il martirio di S. Ireneo, probabilmente provenienti dalla vecchia Cattedrale. Anche la cappella di S. Antonio da Padova presenta un altare napoletano con fastigio marmoreo eretto nel 1766 su commissione di Andrea Pisanello che con testamento del 26 novembre 1763 lasciò un legato ai PP. Conventuali per essere seppellito ai piedi del suddetto altare. Nel 1809 i frati Minori conventuali furono espulsi dalla chiesa e dal convento, che fu soppresso, mentre, la cura dell’antico edificio sacro, passò alla confraternita la quale con zelo portò avanti numerosi lavori di restauro, protrattisi sino agli inizi del ‘900; la facciata, infatti, venne rimaneggiata alla fine del secolo XIX, su progetto dell’Ing. Giuseppe Parisi e realizzata dal noto ed esperto imprenditore di opere edili pubbliche di allora Cav. Davide Rossi. Venne inaugurata nel 1913 ed è caratterizzata da uno stile tardo barocco con portale chiuso da un ottocentesco portone in legno di noce intagliato a due ante con sei specchiature, preceduto da una breve gradinata in granito di Stalettì, e affiancato da sei colonne , tre per lato, con capitelli sui quali si imposta la ricca trabeazione con timpano spezzato al centro del quale spicca lo stemma della Reale Arciconfraternita di Maria SS. Immacolata. Al di sopra del portale, in posizione centrale, si apre il finestrone polilobato, anch’esso fiancheggiato da sei colonne di dimensione più piccole e di ordine ionico, sulla cui trabeazione si imposta l’aggettante e ricco timpano, al centro del quale, opera dello scultore catanzarese Ottavio Colosimo, è stato realizzato un bassorilievo in stucco raffigurante la Vergine Immacolata. Completa l’architettura del frontespizio, la torre campanaria rimaneggiata nel XX secolo, mentre sovrasta l’intera architettura della chiesa la svettante cupola completata e inaugurata nel dicembre del 1904 in occasione del cinquantesimo anniversario della proclamazione del dogma. La cupola consta di un tamburo in muratura, caratterizzato all’esterno da una forma ottagonale, ed all’interno da una forma cilindrica con otto finestroni intervallati da paraste di ordine corinzio e otto affreschi, opera del pittore catanzarese Guido Parentela, rappresentanti le virtù teologali, le virtù cardinali ed il primo dei sette doni dello Spirito Santo: la Sapienza. La calotta della cupola, oggi rivestita in lastre di rame, è costituita da otto costoloni ed altrettante vele in origine coperte da elementi in maiolica colorata gialla e blu, prodotte dalla fabbrica napoletana Daniele Veidlich. Le pitture interne furono realizzate dal pittore cortalese Andrea Cefaly il vecchio, dagli artisti Antonio e Felice Fiore Serra da Sambiase e dal pittore catanzarese, allievo di Garibaldi Gariani, Guido Parentela. L’ampio interno della Basilica è a pianta a croce latina a tre navate, caratterizzate, quelle laterali, da un sistema voltato a vela realizzato a figulini (elementi in terracotta), quella centrale e dell’area presbiterale, da un sistema voltato a botte realizzato alla “reale”. Le cappelle ognuna delle quali godeva in passato di jus patronato appartenente a nobili famiglie cittadine, conservano altari ottocenteschi in marmi policromi e fastigi coevi in muratura e stucco, nonché notevoli opere d’arte tra le quali si ricordano: la statua lignea di S. Rocco di manifattura napoletana del sec. XVIII; le statue lignee settecentesche di S. Giuseppe, dell’Addolorata, di S. Michele, di S. Alfonso che provengono dalla soppressa chiesa di S. Caterina V. e M dei Teatini (oggi sede della Questura); i dipinti di S. Domenico e di S. Bruno del pittore crotonese Sesto Bruno, i quattro scarabattoli con figurine in cera, opere settecentesche di Caterina de Jiulianis, raffiguranti “La Natività”, “L’Adorazione dei Magi”, “Il Tempo” e “La Morte”; il cinquecentesco Crocifisso ligneo e la grande tela seicentesca dell’Immacolata con la SS. Trinità opera del pittore Giuseppe Perri.

Ed inoltre:

- Chiesa di S. Maria d'Ognissanti detta di S. Rocchello.
- Chiesa e Convento di S. Francesco di Paola o dell’Addolorata.
- Chiesa e Convento di S. Maria del Carmine.
- Chiesa di S. Maria de Figulis detta di Montecorvino.
- Chiesa di S. Nicola di Morano o delle Donne.
- Palazzo Mancusi.
- Palazzo Ricca.
- Palazzo Ferrari-De Riso.
- Palazzo Anania.
- Palazzo Rocca-Grimaldi.
- Palazzo Ruggero-Raffaelli (già Convento dei Paolotti o dei PP. Minimi).
- Palazzo Alemanni (Rettorato).
- Palazzo Grimaldi-Montuori (Camera di Commercio).
- Palazzo Fazzari.
- Palazzo Gironda-Veraldi.
- Palazzo De Riso.
- Palazzo Menichini.
- Palazzo De Nobili (Municipio):
acquistato dal comune di Catanzaro nel 1863, fu edificato dalla famiglia De Nobili alla fine del XVIII secolo ed è stato restaurato negli anni Cinquanta del Novecento. Alle sue spalle si apre la bellissima villa Regina Margherita. Tra gli ambienti più interessanti c'è il Salone di Rappresentanza che, abbellito da stucchi e da un soffitto a cassettoni in legno al centro del quale spicca lo stemma della città (opera del pit­tore catanzarese Guido Parentela), mostra i ritratti a olio dei sindaci alcuni dei quali sono firmati da Cefaly, Pileggi e Parentela. Nel Gabinetto del sindaco, inoltre, si può ammirare una tela raffigurante una nobildonna il cui auto­re è un anonimo pittore inglese. Moderna è invece la Sala del Consiglio che è stata affresca­ta da Tarcisio Bedini su disegni di Ugo Ortona. Dopo l'acquisto da parte del comune, il marmo grezzo di Gimigliano dei gradini dello scalone d'ingresso fu sostituito con marmo bianco. Il palazzo ha ospitato nel 1806 il re Giuseppe Bonaparte e nel 1881 il duca Amedeo d'Aosta.
- Palazzo della Prefettura (già Palazzo della Provincia): l'attuale complesso del palazzo della Prefettura consta di due edifici: il palazzo del Governo, già della famiglia Morano, acquistato nel 1595 per la Regia Udienza (posto di fronte la basilica dell'Immacolata) e il vecchio edifìcio liberty dell'Amministrazione provinciale. Quest'ulti­mo fu edificato sul sito dell'antico palazzo Larussa, negli anni Venti del Novecento, su pro­getto dell'architetto Barbieri di Milano. Qui la Provincia mantenne i suoi uffici fino agli anni Sessanta, quando si trasferì nel nuovo Palazzo di Vetro disegnato dall'architetto catanzarese Saul Greco. Da quel momento è diventato sede della Prefettura. Tutto il complesso si presenta nel rifacimento novecentesco, periodo in cui il palazzo della Prefettura fu aumentato di un piano e ristrutturato nel prospetto principale a opera della ditta Rossi di Catanzaro. La sua massiccia e imponente facciata si erge sul corso principale della città ed è caratterizzata, alla base, da un bugnato a larghi conci in pietra arti­ficiale squadrata. Mascheroni, festoni, balconci­ni balaustrati, fregi e finestre con ricche cimase costituiscono il suo ricco patrimonio decorativo. Di grande interesse l'ex Sala del Consiglio (circa trecento metri quadrati) in stile liberty, coperta da un velario in ferro battuto e vetri, alla quale si accede attraverso un elegante scalone a dop­pia rampa in marmo con ringhiera in ferro bat­tuto, stucchi e grandi vetrate.
- Complesso Monumenale del San Giovanni sorto tra il XV e il XVII secolo sui resti del distrutto castello normanno-svevo, utilizzando i materiali dell'imponente fortilizio.
- Gruppo bronzeo “Giustizia e Libertà” scultura in bronzo opera di Giuseppe Rito, posta nell'atrio del Palazzo di Giustizia, sito nella centralissima piazza Matteotti.
-  Torre Cavallara XVI sec.
- Il Ponte "Bisantis": questo gigante dell’architettura fu realizzato nel 1962 dall'Arch. Riccardo Morandi (l’impresa costruttrice fu la Sogene di Roma). È il secondo al mondo per ampiezza di luce dell'arco anche se per molti anni è stato il ponte più grande d'Europa per l’ampiezza dell'arcata. Questi alcuni dati tecnici che ne esaltano la grandezza dell’opera: ampiezza d'arco (luce) mt 231; altezza da fondo valle mt 110; lunghezza sede stradale mt 468,45. L'arco, costituito da due semiarchi indipendenti, ha una struttura scatolare larga in chiave 10,50 m e alla base 25 m. Il manufatto in cemento armato, per le dimensioni e per le caratteristiche, è un vero e proprio monumento di ingegneria e di architettura tanto da essere diventato un simbolo della città.
-  Monumento ai Caduti della Grande Guerra 1915-1918.
- Monumento in memoria dei Caduti della Prima guerra mondiale
gruppo in marmo e bronzo opera dello scultore catanzarese Ercole Castagna.
- Monumento ai Caduti del mare.
- Monumento al generale garibaldino Francesco Stocco.
- Fontana monumentale de "Il Cavatore"
Opera di Giuseppe Rito (anni '60 del XX secolo), spicca per la cromia dovuta al contrasto tra una scultura in bronzo che celebra il lavoro umano e il basamento in granito grigio da cui scaturisce l'acqua, inseriti entrambi in una nicchia in laterizi di gusto neoclassico (costruita tra il 1869 e il 1874).
- Fontana di Santa Caterina.
- Monumento dell’Assunta Posta.
- Chiostro dell'Osservanza.

Parco delle Biodiversità:
è un’area verde che si estende per 60 ettari nel cuore della città di Catanzaro. Il Parco, inaugurato nel 2004, nasce dalla riqualificazione ambientale della vecchia azienda della locale Scuola Agraria, da decenni in preda al degrado e alla incuria. A partire dal 2002, l’Amministrazione Provinciale di Catanzaro ha realizzato un massiccio intervento di rimodellamento del paesaggio nello spirito di un’ingegneria naturalistica orientata al rispetto e alla valorizzazione della biodiversità. Oggi il Parco è un ecosistema in cui convivono grandi varietà floristiche e faunistiche ed è soprattutto un sistema multitematico in cui la dimensione naturalistica si intreccia a quella culturale, sportiva e ludica. Al suo interno il Parco ospita le sedi del CRAS (Centro Recupero Animali Selvatici), del MUSMI (Museo Storico Militare “Brigata Catanzaro”) e del Corpo di Polizia Provinciale.
Parco internazionale della scultura: dal 2005 il Parco archeologico di Scolacium ospita la rassegna “Intersezioni”, durante la quale vengono esposte temporaneamente opere di artisti contemporanei. Alcune di queste opere sono state collocate definitivamente al Parco delle Biodiversità, creando un vero e proprio museo all’aperto. Tra queste “Cast Glances” di Tony Cragg; “L’uomo che misura le nuvole” di Jan Fabre; “I testimoni” di Mimmo Paladino; “Seven Times” di Anthony Gormley; “Uomo” e “Ballerina” di Stephan Balkenhol; “Betoniera” di Wim Delvoye; “Totem” di Marc Quinn, “Baci elettrici” di Michelangelo Pistoletto. Tutti gli artisti esposti al Parco internazionale della scultura sono rappresentativi dei nuovi linguaggi artistici nazionali e internazionali.


Frazioni: Catanzaro Lido, Catanzaro Sala, Cava di Catanzaro, Pontegrande, Sant'Elia, Santa Maria di Catanzaro e Siano.

Patrono: San Vitaliano da Capua che si festeggia il 16 Luglio.

Sito istituzionale: www.comunecatanzaro.it 
 

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